| Pubblicato su: | Corriere della Sera, anno LVIII, fasc. 143, p. 3 | ||
| Data: | 17 giugno 1933 |

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Marco Tullio è una delle più sciagurate vittime dell'ammirazione dei posteri e dell'attaccamento dei professori. Avendo egli scritto una mezza libreria di opere nel più dovizioso, saporoso e armonioso latino che ci sia rimasto, il suo destino era segnato: atroce destino. Diventò presto un «classico» e, quel ch'è peggio, un «testo scolastico». Da quasi duemila anni — dicesi generazioni sessanta — non ci fu putto o adolescente condannato a impratichirsi nella lingua del Lazio che non sia stato costretto a cimentarsi con un trattato, con un discorso, con una lettera di Cicerone. La repubblica diventò impero, l'impero fu invaso e diviso in regni barbarici, il paganesimo sparì, il cristianesimo vinse e si scisse, la cultura antica fu sommersa e risorse, venne la rivoluzione umanista del Quattrocento, la rivoluzione luterana del Cinquecento, la rivoluzione scientifica del Seicento, la rivoluzione democratica del Settecento, la rivoluzione industriale dell'Ottocento, sopravvennero via via tutte le rivoluzioni o reazioni spirituali o politiche che riempiono la storia del genere umano da venti secoli ma ci fu sempre, in ogni cantuccio del mondo, una classe di ragazzi alle prese colle Catilinarie o col De officits di Marco Tullio. Gli scrittori greci sparirono per lunghi secoli ma Cicerone mai. Nelle più oscure scuole monastiche del più oscuro medioevo i chierici si esercitavano sui testi di Cicerone sopravvissuti, per la fedeltà dei magistri, a tutte le decadenze, a tutte le catastrofi. S'arrivò, nel Rinascimento, all'idolatria, tanto che l'arguto Erasmo poteva mettere in bocca al fanatico Nosoponus la famigerata dichiarazione: «Non magnum est grammatice dicere, sed divinum est Tulliane dicere».
Le conseguenze naturali di questa millenaria adozione scolastica di Tullio son facili a indovinare: ogni giovane, fatto uomo, serba un pessimo ricordo di quel che fu strumento di tortura negli anni che si trovò, indifeso e subalterno, a commentare e a decifrare pagine ch'era poco disposto a intendere e a gustare. Cicerone, per la maggioranza, diventò sinonimo di scrittore ridondante e noioso: chi l'avrebbe detto, a lui che tanto stimava e ricercava la vecchia e faceta urbanitas latina! Di lì a ritenerlo un retore vanitoso, un chiacchierone pedante, un solenne girella il passo era breve. Non c'è miglior modo di far venire in uggia uno scrittore, anche grandissimo, che quello di farlo ingozzare per forza nelle scuole per secoli e secoli, sempre quello, sempre lui. Appena lo scolaro ha ottenuto quel pezzo di foglio che per tanti anni gli ha fatto allungare il collo non ha altra smania che di metter dapparte, e spesso per sempre, quegli incolpevoli morti che per tanto tempo mortificarono la sua concupiscenza di libera vita. Quando non li poteva capire e godere lo costrinsero a studiarli; nella maturità che lo renderebbe capace di penetrarli e di amarli non ne vuol più sapere. La terribile sorte postuma dei grandi scrittori è proprio questa: appunto perchè grandi diventano testi di scuola e perchè testi di scuola rischiano d'essere abbandonati, detestati e mal giudicati da intere generazioni. Tali scrittori sono, di solito, ignorati dal popolo e dalle classi colte circondati da una gelida e speso ipocrita reverenza. Non si spiegherebbe, se no, come il nome glorioso di Cicerone sia diventato, nella lingua nostra, nome comune per designare chi fa da guida ai forestieri o chi parla più del bisogno e con risibile enfasi. Vuol dire che di Cicerone non è rimasta altra idea, nel ricordo delle plebi, che quella del chiacchieratore.
Immagine ingiusta e storicamente falsa, come prova il bellissimo libro che su Cicerone politico e uomo di stato ha scritto, ora, Maffio Maffii. Non è, badiamo, un'apologia a tutti i costi del grande oratore: certe ombre e debolezze di Cicerone uomo resultano da confessioni epistolari sue nè possono esser negate. E' possibile, invece, spiegarle colla natura dell'uomo e la tremenda complessità dei tempi: comprendere non vuol sempre dire amare ma, spesso, giustificare.
Maffio Maffii s'è avvicinato a Cicerone con quella umana simpatia e quella volontà di onesta penetrazione che dovrebbero essere i primi elementi dello stato d'animo d'uno storico serio. Egli è, insieme, un umanista e un giornalista, e le due qualità, che potrebbero sembrare discordanti e antinomiche, l'hanno egualmente aiutato a ricostruire in una sintesi viva la personalità e l'opera di Cicerone teorico e attore dello stato romano. La cultura classica l'ha avvezzato a capire i testi e i documenti nel loro giusto senso, con tutte le sfumature e le allusioni che sfuggono ai profani frettolosi; la pratica d'un quarto di secolo nei grandi giornali gli ha dato quel senso della vita tumultuosa e difficile dei tempi di guerre e di crisi ch'è necessario per capire e rappresentare un'epoca tanto complessa come fu quella che vide la fine della Repubblica.
Il Maffii racconta la vita pubblica di Cicerone — ch'è poi, in gran parte, la vita di Roma in quegli anni fortunosi e tragici che vanno dal 66 al 43 prima di Cristo — con linguaggio volutamente moderno, sì da sembrare, com'è realmente, assai meno remota da noi di quel che posson fare apparire le vecchie narrazioni pedantesche e convenzionali. L'uso di adoprare termini moderni per fatti e concetti antichi fu introdotto nella storiografia romana dal Mommsen e imitato fino all'esagerazione dal Ferrero. Il Maffii non torna, per sciocco puntiglio di reazione, alla vecchia terminologia professorale che nascondeva le realtà perenni sotto goffi paludamenti archeologici ma si guarda bene dall'abusare del gioco delle affinità e delle assimilazioni. La sua storia è vista e scritta da un uomo moderno e con moderna concretezza di forme e di spiriti ma si sente a ogni pagina che siamo a Roma e nel primo secolo avanti Cristo, in quella Roma drammatica, facinorosa, imperiale e sanguigna ch'ebbe, a protagonisti Catilina e Cicerone, Cesare e Pompeo, Antonio e Ottaviano Augusto.
Dire del volume di Maffii che si legge come un romanzo sarebbe un'offesa. E' più appassionante assai che non siano di solito i romanzi, senza contare che qui non si favoleggia di pallide o marcie marionette uscite dalla fantasia d'un romanzatore ma di creature vere, vive e potenti, di alcune tra le più fiere e maestose anime che abbian combattuto e sofferto sulla solida scena della terra italiana.
Tra questi eroi sovrani e infelici dell'ultima età repubblicana Cicerone non è degli ultimi. Oltre il vasto dramma della metropoli mediterranea che doveva condurre alla catarsi dell'Impero augusteo, che fu dolorosamente vissuto da Cicerone fino alla morte, l'arpinate ebbe un dramma suo, a tragico fine, e un suo perpetuo tormento che lo nobilita e l'inalza al disopra d'ogni elogio tradizionale. Cicerone fu un intellettuale e un artista, pensatore finissimo se non sempre originale, amante della quiete studiosa, dei vecchi libri, della virile tradizione romana e della greca raffinatezza, magari, se volete, un cerebrale e un esteta. Ma egli dovette pur cimentarsi colle più dure necessità della vita pratica e politica e seppe fare il dover suo di uomo di Stato, senza paure. La sua condanna dei complici di Catilina — che gli costò l'esilio — e la sua arditezza militare nel governo della Cilicia dimostrano ch'egli non fu sempre quell'amletico retore che vollero rappresentarci il Mommsen e i suoi pappagalli.
La sua disgrazia fu di essere, come felicemente lo definì l'Arnaldi, «uomo di centro» e perciò a disagio in tempi minacciati e agitati dai colpi di mano dei demagoghi, dalle zuffe di bande armate, dalle rivalità di generali vittoriosi. Aveva una segreta antipatia per Pompeo eppure lo seguì fino alla sconfitta; era amato e accarezzato da Cesare ma non volle seguirne lealmente le fortune; indulse talvolta agli interessi della classe dei cavalieri, ch'erano gli affaristi e i pescicani di quei tempi, ma si mantenne integro anche nei rovesci finanziari della famiglia e fu esempio famoso di rettitudine disinteressata nel governo delle provincie.
I principi ai quali tenne sempre fede in una vita che parve incoerente e incerta furon due: la fedeltà alla costituzione e la difesa dell'autorità dello stato. In quegli anni era impossibile governare Roma e l'impero tenendosi bigottamente stretti alla lettera della costituzione. Nuove forze e nuove necessità, impersonate in dominatori di ricco genio, rendevano necessario un mutamento nella vecchia compagine statale dell'oligarchia patrizia mal difesa contro le offensive demagogiche e le ambizioni monarchiche.
Ma il principio dell'autorità dello stato da salvarsi a ogni costo, per impedire l'anarchia della città e la dissoluzione del dominio mediterraneo, era un principio santo e giusto e Cicerone fu il confessore e il martire di codesto principio, che parve continuamente in pericolo dalla congiura catilinaria alla battaglia d'Azio ma doveva trionfare con Augusto imperatore e assicurare all'Impero quattro secoli di esistenza.
Cicerone ebbe il vanto di guidare i primi passi di Ottaviano nella selvaggia selva politica e di additargli la meta. Il giovane Augusto dovette concedere la testa dell'eloquente consolare al tenace risentimento di Antonio ma pagò il suo debito sanguinoso fondando uno stato che rispondeva, nelle sue linee essenziali, all'antico e generoso sogno di Cicerone. E uno dei meriti maggiori del magnifico libro di Maffio Maffii — che ne ha molti — è quello di aver mostrato nel suo eroe non soltanto l'uomo affettuoso, il grande perseguitato e incompreso, l'artista incomparabile della parola, l'accorto e autorevole parlamentare, il savio teorico dello stato, il cittadino amorosamente fedele alla patria ma, soprattutto, il precursore e il preparatore dell'Impero.
MAFFIO MAFFII. Cicerone e il suo dramma politico. Milano, Mondadori, 1933, pp. XXX!-444. L. 18.
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